Terra di Nessuno

Giugno 27th, 2008

Oggi sono trentadue giorni in corea. Il tempo passa in fretta tra mille impegni che riesco sempre a fare meno della metà delle cose che vorrei fare; scorre così velocemente che a volte non mi lascia nemmeno il tempo per pensare e questo non mi piace.

Chi vive qui deve abituarsi a fare tutto di fretta. Fino a poco tempo fa quasi mi commuovevo di fronte ad un orlo fatto in dieci minuti, ma ora non mi sembra più così speciale.
Non è speciale quando vedo tutte le mattine la gente esausta addormentarsi ancora prima di essere arrivata al lavoro. Non è speciale vedere uomini in giacca e cravatta crollare su di una panchina alle dieci di sera perché non hanno la forza di arrivare fino a casa. Siamo tutti schiacciati da una pressione sociale sia fisica che psicologica.
Mi piace la Corea? Sì molto, mi piacciono la sua storia e le tradizioni. Ci viveri? Mai.

Vivendo qui a Seoul ho provato un sentimento del tutto nuovo e sgradevole: essere diversi.
L’unica pecora nera, sempre e comunque, no matter what. Mi avevano parlato della xenofobia. Se c’è, io non l’ho trovata. Certo, non essere una randagia ma una ragazza a modo che riesce a spiccicare qualche parola di coreano aiuta, non mi sono mai sentita vittima di qualche forma di razzismo, anzi. Ho incontrato tante persone gentili che mi hanno aiutata. Ciononostante sentire ogni giorno addosso gli sguardi curiosi dei passanti inizia a diventare pesante. Se è pesante dopo un mese, credo che dopo un anno diventerebbe intollerabile.

A volte si sente il desiderio di essere invisibili, di confondersi tra la massa. Impossibile. I commenti a bassa voce che ora riesco a decifrare mi seguono ovunque. I bambini sono intimiditi da me, alcuni affascinati. Gli anziani mantengono le distanze con una certa diffidenza. Ragazzi e ragazze sono ben disposti a socializzare, ma unicamente per lo stesso motivo per cui gli altri mi evitano. Io sto vivendo questa situazione da appena un mese, ma c’è gente che ci convive da una vita, questo pensiero mi inquieta.

Yoon Mee è nella mia stessa classe: entrambi i genitori sono coreani, ma è nata e vissuta a New York. Oggi mi ha detto che le da fastidio quando i coreani capiscono immediatamente dal suo modo di parlare che è una straniera, definizione riduttiva alla quale si ribella. Allora le ho chiesto se si sente più coreana o americana. ‘Nessuno dei due’, ha risposo.

In quel momento, ho desiderato tornare a casa. L’idea di trovarmi in quella terra di nessuno mi terrorizza.

Non a caso, in coreano terra straniera si dice 외국 (uèguk) dove 외 vuol dire ’straniero’ ma anche ’solo’.


Carpe Diem

Giugno 21st, 2008

 

The past is History

Tomorrow’s a Mistery

and Today is a GIFT.

That’s why thay call it present.

 

(Kung Fu Panda)

Out of the Line

Giugno 6th, 2008

L’essenziale è invisibile agli occhi, e le cose più importanti si trovano nei gesti più piccoli.
Abituata alla mia caotica realtà romana, vedere la gente che fa la fila per prendere l’autobus alle otto di mattina è uno shock culturale. Se alla stessa fermata passano tre autobus, troverete tre lunghe code di persone in fila indiana che aspettano educatamente. Nessuno sembra spazientito o frustrato, a nessuno viene l’idea di passare avanti agli altri per far prima.
Del resto perché combattere? La competizione è così schiacciante che l’unica cosa che resta da fare è aspettare il proprio turno.
In questo mondo scandito al millesimo di secondo sembra esserci davvero poco spazio per la fantasia. Non proverò neanche a mettermi in fila, non potrei mai allinearmi alle persone accanto a me.
Sarebbe bello se nel mondo non esistessero confini e l’uomo col completo gessato ed il palmare in mano seduto accanto a me nella metropolitana potesse entrare nel mio mondo come io sono entrata nel suo. Potremmo imparare gli uni dagli altri e non ci sarebbero più ignoranza né razzismo.
Ed invece che in fila indiana staremmo in cerchio, dandoci le mani e guardandoci negli occhi.

 

SNU bus stop  SNU bus stop queue

Seoul National University, bus stop queue.

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