La bellezza è negli occhi di chi guarda

Marzo 31st, 2008

In questi giorni mi sto accorgendo di cose che non avevo mai notato.
La mia dirimpettaia ha piantato dei tulipani e sono tutti in pieno sboccio. Tornando dalla strada dell’università c’è un balcone con un gazebo circolare di legno su cui si arrampica un glicine. Il gatto del calzolaio di via A. si accoccola sempre sullo stesso albero , precisamente nella conca tra due rami belli grossi e lo stesso raggio di sole filtra ogni mattina tra le foglie per accarezzargli il muso sporco. La signora del negozio di perline se la prende comoda e prima di aprire fa colazione al bar lì accanto. La ragazza del secondo piano ed il figlio di quelli che abitano al n° 10 si sono innamorati, ieri sera lui l’ha riaccompagnata a casa e poi ha dovuto solo attraversare la strada. Il fornaio ha messo in vetrina una grossa scultura di pane a forma di pinguino. Non viene voglia di mangiarla, ma fa molta tenerezza.
E’ incredibile quante cose si possano notare quando gli occhi si abituano alla luce.


Le leggendarie avventure della Serenis (II)

Marzo 30th, 2008

La fitta trama di stelle sul magnifico cielo blu cobalto era l’unica cosa che si rifletteva sul ponte di mogano nero della Serenis, quella notte. L’imponente veliero normalmente caotico e chiacchierino era ora immerso in un silenzio solenne, quasi sacrale. Come una nave di fantasmi. La ciurma ben sapeva che il capitano Linda era impegnata a risolvere una faccenda spinosa ed il suo già normalmente scarso autocontrollo non avrebbe gradito nessuna sgradevole interferenza. Mentre l’equipaggio tratteneva il respiro, Linda lasciava che tutto il suo disappunto sgorgasse prepotentemente dai polmoni, sotto forma di un ringhio animalesco, quasi primordiale. Legata saldamente ad una sedia davanti al capitano Linda, Celohsoloyo emetteva rantoli soffocati senza osare alzare gli occhi fino ad incrociare quelli scuri di Linda, tanto belli quanto spietati.  All’ennesimo spasmo di Celohsoloyo Linda fece un passo indietro, disgustata. Poi rimase a fissare incerta quella che un tempo era stata la sua nemica mortale e che ora le sembrava una povera patetica ragazzina spaurita. Per un attimo pensò di risparmiarle la vita. Scosse forte la testa ed aggrottò le sopracciglia sottili per scacciare via quella breve scintilla di compassione. Se Celohsoloyo l’avesse guardata in quel momento, forse avrebbe provato a supplicarla per avere salva la vita. Se il suo coraggio l’avesse preceduta di un solo istante! Quando invece alzò lo sguardo, finalmente, negli occhi della nemica non lesse altro che la propria condanna a morte. 

Un breve cenno di Linda al suo secondo era il primo dei logici gesti che avrebbero portato alla fine inevitabile…
Se Celohsoloyo avesse potuto immaginare le drammatiche conseguenze delle sue azioni, non avrebbe MAI e dico MAI trafugato la preziosissima collezione segreta di pupazzetti panda che Linda custodiva gelosamente e con tanto amore.
 
 

L’arte delle parentesi

Marzo 26th, 2008

La sagoma scura della mia valigia ancora dritta al centro della stanza disordinata è l’unica cosa che mi ricorda che sono di nuovo a Roma, non appena apro gli occhi stanchi ma per niente assonnati.
Due giorni di cui avevo bisogno, per scaricare parte di quello stress costante ed inspiegabile che da un po’ di tempo fa battere il mio cuore troppo velocemente. Non è ancora passato del tutto, ma oltre la nebbia i pensieri prendono finalmente forma e colore e tutto mi sembra un pochino più facile da gestire, anche la mia eterna ed indecisa ostinazione.
I primi minuti, sono stati interminabili. Frustrazione ed una punta di disprezzo per me stessa accompagnavano i miei passi isterici il giorno della partenza, le mani livide a causa dell’inutile accanimento con cui stringevo il manico del mio fin troppo leggero trolley. Mi sembrava di trovarmi alle prove generali della mia vita. Ed il pensiero che di lì a poco avrei stretto al cuore ansie e valigie ben più pesanti, rendeva quell’ingenuo espediente ancora più infantile ai miei occhi. Nella borsa il primo volume della saga della Meyer, il must di questa stagione. Alle orecchie canzoni suadenti mai ascoltate prima, la più semplice della morfina contro i pensieri spiacevoli che melodie familiari sanno come riportare a galla. I rayban scuri completavano l’opera: ero più che mai decisa ad impegnare in attività passive ogni singola molecola del mio corpo per le successive tre ore di viaggio. Eppure, sono bastate un paio di battute scambiate con due ragazzi di quasi diciotto anni seduti accanto a me a sciogliere la mia misantropia in un battito di ciglia. Ricordo vagamente i discorsi riguardanti la vita a scuola, i progetti, i fidanzati (e fidanzate), ma è ancora nitida la sensazione che le loro parole corressero miliardi di volte più veloci del tempo e del treno.
Seduta tra loro mi sentivo come quel passeggero del famoso teorema, quello che si trova nel treno B e guarda fuori dal finestrino il treno A sfrecciare via. Così scioccamente si illude che il suo treno sia partito, anche se in realtà non si è mai mosso di un millimetro. Quell’improvvisa sensazione di rapidità mista a consapevole staticità ha finalmente smosso qualche ingranaggio nel mio cervello e piano piano il meccanismo ha ricominciato a girare.
Ho ascoltato i loro discorsi vivaci per tre ore di fila, sempre con attenzione e senza mai avere voglia di parlare. Tanto di risposte, non ne volevano. Quella è l’età in cui le risposte le hai già tutte, anche se il più delle volte sbagliate.
Il brutto di crescere è che si perde gran parte di quella focosa presunzione di avere tutto il mondo nelle tue mani. Crescendo si diventa paurosi, schivi, forzatamente modesti cercando di uniformarsi al resto dei disillusi.
A volte il peso della responsabilità è troppo gravoso e finisco col cedere anch’io alle tentazioni che da sempre mi disgustano. Quelle delle mille domande inutili che affollano la testa, quelle dell’indecisione mascherata sotto il falso nome di ‘buon senso’ o ‘prudenza’. I particolari sono una brutta bestia. Una volta che ne noti uno stonato, non fanno che moltiplicarsi come cellule tumorali che attaccano l’organo del buonumore, rovinando la pace di una semplice esistenza. Cerco di non cedere mai al fascino dei particolari. Ripeto di continuo a me stessa che è l’opera tutta e NON il particolare, a fare la bellezza. Ma non sono che un essere umano imperfetto ed il più delle volte vacillo, sbaglio e soffro prima di rimettermi in piedi con dolore. Alla persone che mi sono intorno non lascerò intuire fino a che punto questa continua lotta interiore sia capace di lacerarmi. Del resto cosa importa? Ciò che conta è la consapevolezza che la gioia ha più valore della sofferenza e che la scelta di un sorriso coraggioso è capace di asciugare un mare di lacrime. Quindi impavida, eroica ed ipocrita sorrido.  E vado avanti.
L’ansia in sé non è che una parentesi.



Pagina Successiva »

Sky3c Sponsored by Web Hosting Thanks toCrazyKira and xanime4evax>for patterns and stock images