Ah, Settembre. Il mese degli inizi, dei progetti da realizzare, delle foglie secche da schiacciare, di matite ben temperate, degli esami da dare. O almeno così era fino all’anno scorso. Oggi è diventato il mese dei fiori d’arancio e dei crisantemi, il mese delle angosce e dei dubbi esistenziali, il mese dei trent’anni.
Quando avevo diciott’anni quello dei trentenni mi sembrava un mondo meraviglioso e rassicurante. Mi immaginavo bella bella in modo assurdo, affermata e finalmente nel mio definito habitat naturale, quello che mi sarei costruita con fatica e dedizione e che sarei stata libera di godermi, mi dicevo, solo a trentanni. Purtroppo, ben prima di arrivare a spegnere 30 sudate candeline, ho capito che non è affatto così. Altro che “trentenni vincenti e seducenti”, come diceva Jennifer Garner.
Ne avevo sentite tante sulla crisi dei trenta, ma pensavo fossero tutte una marea di sciocchezze. “I trent’anni saranno gli anni della mia ribalta”, continuavo a ripetermi.
Negli ultimi due anni ho cambiato forse in parte il mio modo di vivere e questo mi ha portata alla giovane età di 22 anni ad entrare in contatto con persone che hanno superato la famosa soglia. Due mie care amiche hanno trent’anni ed anche un…vabbè, stendiamo un velo. Quello che voglio dire è che i trentenni li conosco e non per sentito dire.
A favore del fraternizzare coi trentenni c’è che posso trarre utili insegnamenti da persone “adulte” (si spera) generazionalmente non troppo lontane da me. A sfavore di tali compagnie invece, c’è che poi vengo invitata a ricorrenze tipicamente “enni” come matrimoni, battesimi e quant’altro…tutte situazioni che aborro dal più profondo del cuore, purtroppo. Ah, come sono lontani i tempi in cui sognavo un abito bianco di Vera Wang!
Il salto chiamiamolo di qualità è stato che sono passata dal tavolo dei bambini al tavolo degli amici single. E sapete una cosa? Preferivo quello dei bambini. Quando ad un matrimonio sei in una situazione del genere, vuol dire che sei seduta in circolo assieme a persone con le mani sudate e con le palle degli occhi schizzate fuori dalla disperazione. Specialmente le donne. Si accalcano attorno al tableau dei posti a tavola scorrendo i nomi degli invitati come leoni famelici. Si fanno venire crampi facciali a forza di ridere, spinte, forse, dalla profonda convinzione che si tratti dell’ultima chiamata per un treno che non tornerà più.
Dopo una blanda presentazione in cui ripeto il mio nome più volte e dimentico quello di tutti gli altri, mi si interroga sull’età. Alla risposta “22” ricevo occhiate sconvolte. Quando più tardi dimostro che non solo ho il permesso di bere alcolici, ma anche che ne so trarre il massimo beneficio dispensando sorrisi etilici (complice il continuo refill dei camerieri), le “enni” iniziano a diventare ostili. Probabilmente hanno l’erronea convinzione che voglia pescare dal loro già ristretto laghetto dei single. In realtà le rotelle del mio cervello macinano ben altri pensieri.Mi chiedo come sia possibile essere così tristi per aver raggiunto finalmente quello che credevo fosse un traguardo ed anche perchè queste ragazze sembrano convinte che i loro successi non valgano nulla se non hanno un invito con su scritto “+1″.
Me ne vado subito dopo il taglio della torta, intorpidita dal vino ed ammalata di cinismo.
Stamattina inaspettatamente mi sveglio giovane, rigenerata, ottimista e con una scintilla in testa. Forse inizio finalmente a capire profondamente le parole affettuose di M. quando mi dice “goditi questi anni, perchè sono i migliori della vita”.
Che bello avere vent’anni.