Le cose che ho perso e quelle che ho imparato
Le cose che ho imparato negli anni sono troppe per poterle contare, eppure ancora troppo poche per smettere di imparare.
Quando ho imparato a parlare, ho capito subito che c’erano cose che potevano esser dette ed altre invece non andavano pronunciate.
Ho imparato a scrivere con la mano destra ed a tracciare sottili linee eleganti che rientravano simmetricamente nei bordi del mio quaderno a quadretti, in modo tale che la maestra mi lodasse.
Ho imparato a guardare le persone negli occhi per ottenere la loro attenzione ed ho imparato che se si accompagna una critica ad un sorriso sembrerà meno severa di quanto lo sia in realtà.
Infine ho imparato che ingannare sè stessi non è tanto più complicato che ingannare il prossimo e che se si ha il coraggio di ripetere qualcosa più volte ad alta voce, allora quella bugia si trasformerà in un’altra delle cose che abbiamo imparato.
L’arte di perdere, di Elizabeth Bishop
L’arte di perdere non è difficile da imparare
Così tante cose sembrano già colme dell’intenzione
Di essere perdute che la loro perdita non è un disastro.
Ogni giorno si perde qualcosa. Accetta l’agitazione
Per aver perso le chiavi di casa, per un’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Poi impara a perdere di più, e più velocemente;
posti e nomi di luoghi dove saresti voluto andare.
Nessuna di queste provocherà un disastro.
Ho perso l’orologio di mia madre. E guada! L’ultima
O la penultima di tre case che ho amato.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Ho perso due città, carine davvero. E cose ancora più vaste;
Alcuni reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è un disastro.
Ho perso persino te (la voce ridente, un gesto che ho amato)
Non avrei dovuto mentire. E’ chiaro che l’arte di perdere
Non è così difficile da imparare
anche se potrebbe sembrare (scrivilo!) un vero disastro.
Chi mi conosce sa che da sempre ho una vera passione per la cucina. Ele probabilmente si ricorda ancora delle crostatine che le rifilavo alle elementari, preparate col “dolce forno”. Con un’ora di tempo a disposizione ed una lampadina si riuscivano a fare cose incredibili. Cucinare è una vocazione, un sesto senso. O ce l’hai o non ce l’hai. Certo, con la pratica si può migliorare, ma c’è un petit je ne sais quoi che non si può insegnare. Per cucinare alla perfezione non basta avere gli ingredienti migliori e seguire una ricetta alla lettera. Ci sono mille variabili in gioco ogni volta e bisogna avere l’intuito per capire dove e come discostarsi dalla ricetta tradizionale per ottenere il miglior risultato possibile con gli strumenti che si hanno a disposizione.



