Le cose che ho perso e quelle che ho imparato

Giugno 21st, 2007

Le cose che ho imparato negli anni sono troppe per poterle contare, eppure ancora troppo poche per smettere di imparare.
Quando ho imparato a parlare, ho capito subito che c’erano cose che potevano esser dette ed altre invece non andavano pronunciate.
Ho imparato a scrivere con la mano destra ed a tracciare sottili linee eleganti che rientravano simmetricamente nei bordi del mio quaderno a quadretti, in modo tale che la maestra mi lodasse.
Ho imparato a guardare le persone negli occhi per ottenere la loro attenzione ed ho imparato che se si accompagna una critica ad un sorriso sembrerà meno severa di quanto lo sia in realtà.
Infine ho imparato che ingannare sè stessi non è tanto più complicato che ingannare il prossimo e che se si ha il coraggio di ripetere qualcosa più volte ad alta voce, allora quella bugia si trasformerà in un’altra delle cose che abbiamo imparato.

L’arte di perdere, di Elizabeth Bishop

L’arte di perdere non è difficile da imparare
Così tante cose sembrano già colme dell’intenzione
Di essere perdute che la loro perdita non è un disastro.
Ogni giorno si perde qualcosa. Accetta l’agitazione
Per aver perso le chiavi di casa, per un’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Poi impara a perdere di più, e più velocemente;
posti e nomi di luoghi dove saresti voluto andare.
Nessuna di queste provocherà un disastro.
Ho perso l’orologio di mia madre. E guada! L’ultima
O la penultima di tre case che ho amato.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Ho perso due città, carine davvero. E cose ancora più vaste;
Alcuni reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è un disastro.
Ho perso persino te (la voce ridente, un gesto che ho amato)
Non avrei dovuto mentire. E’ chiaro che l’arte di perdere
Non è così difficile da imparare
anche se potrebbe sembrare (scrivilo!) un vero disastro.

Love Recipe

Giugno 18th, 2007

Chi mi conosce sa che da sempre ho una vera passione per la cucina. Ele probabilmente si ricorda ancora delle crostatine che le rifilavo alle elementari, preparate col “dolce forno”. Con un’ora di tempo a disposizione ed una lampadina si riuscivano a fare cose incredibili. Cucinare è una vocazione, un sesto senso. O ce l’hai o non ce l’hai. Certo, con la pratica si può migliorare, ma c’è un petit je ne sais quoi che non si può insegnare. Per cucinare alla perfezione non basta avere gli ingredienti migliori e seguire una ricetta alla lettera. Ci sono mille variabili in gioco ogni volta e bisogna avere l’intuito per capire dove e come discostarsi dalla ricetta tradizionale per ottenere il miglior risultato possibile con gli strumenti che si hanno a disposizione.
Così è l’amore.
Anche se gli ingredienti sono quelli giusti ed il procedimento è corretto, il risultato potrebbe non essere quello sperato. E non c’è nulla che si possa fare per imparare ad amare.
Aleucci mi suggeriva che secondo lei l’amore nasce da una necessità. Da uno spazio vuoto che può essere colmato solo con la dolcezza di questo sentimento. Si desidera amare perchè se ne ha bisogno. L’altro avverte questo bisogno e sviluppa un istinto di aiuto e protezione. E ci si innamora. Questa potrebbe essere una valida teoria che però esclude dall’amore tutte quelle persone già soddisfatte che sentono di non aver bisogno di nulla per migliorare la propria vita. Questo mi taglia definitivamente fuori dai giochi. E forse è meglio così perchè come ho detto prima, in cucina me la cavo, mentre in amore manco completamente di intuito!

Ricordi che mi appartengono

Giugno 15th, 2007

Come ci si accorge del tempo che passa? Oggi camminando per strada la mia attenzione stata attratta da alcuni vecchi manifesti celebrativi per la festa della Repubblica. Erano molto suggestivi: c’era una foto d’epoca che ritraeva una donna sorridente e sotto la scritta:

Certe emozioni appartengono alla nostra memoria anche se non le abbiamo mai vissute.

Il 1946 sembra ieri. Ed anche molti altri fatti molto meno rilevanti sembrano pi vicini di quanto non lo siano.
Esattamente il 22 dicembre 1988, nella palestra della scuola, il Babbo Natale di turno (quell’anno toccò al bidello) mise un piccolo orsetto grigio e spelacchiato tra le mani di una bambinetta bionda. Sarebbe diventato “Chicco”, il mio compagno di giochi preferito. Quattro anni dopo, nello stesso posto, con indosso un vestito tutto nastri e merletti, recitavo la parte della compassionevole Santa Chiara durante la recita scolastica. Piangevo lacrime di collirio mentre il mio S. Francesco, Riccardo N, il diavoletto della classe che si divertiva a tirarmi su la gonna, rideva a crepapelle stringendo il suo rosario di plastica. Stesso posto, tredici anni dopo. E’ il 28 Maggio 2006 e sto svolgendo il mio lavoro di scrutatrice durante le elezioni amministrative. Conosco un ragazzo carino in quei tre giorni, incontro casuale destinato a rimanere tale.
14 giugno 2007, via del Corso. Ho tra le mani un sacchetto con dentro un bel vestito che non mi posso permettere e mi chiedo cosa ne sarà di me.
Quando saranno passati tanti anni da non poterli pi contare e come Chicco sarò diventata grigia e vecchia, saranno pi le emozioni che ho vissuto o quelle che avrei desiderato provare? Spero di non diventare mai il tipo di persona che si pone queste domande. 

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