Tradizioni non del tutto perdute

Gennaio 30th, 2007

Troppo spesso la consuetudine toglie magia a ciò che di per sè ha dello straordinario. Se mi fermo a guardarmi attorno, mi rendo conto che Roma è davvero la città eterna. Solo che a volte è così grande che ci si perde.
Adoro il centro storico. Potrei passare intere giornate a camminare su e giù attraversando ponti su ponti senza stancarmi mai. Quelle rare volte che lo faccio mi ripeto che dovrei farlo più spesso. Sabato mattina è stata una di quelle giornate. Da quant’era che non passavo per il Lungotevere alla luce del sole? Le mie visite al centro si confinano a quelle poche (e ardentemente rimpiante) volte in cui io e il proiettile verde raccogliamo il guanto della sfida all’ultimo sangue ed all’ultimo parcheggio del sabato sera.
Passeggiando sola invece mi sono ritrovata a costeggiare invece quello che un tempo era il ghetto e la cosiddetta via della fiumara (ora scomparsa), uno tra i più malsani luoghi di Roma antica. E da l� alla sinagoga, al museo della cultura ebraica ed alla fontana delle Tartarughe. Ciò che rimane di quei luoghi è quanto di più autentico la tradizione romana popolaresca abbia conservato. Allungando l’orecchio passando di fronte alle vecchie trattorie ed ai baretti si possono ancora sentire parole dimenticate, intraducibili. Musica per le mie orecchie!! Troppo spesso il dialetto di Roma viene preso in giro da tutti gli altri, relegato al più basso gradino della volgarità, degno unicamente di qualche scenetta comica. Del resto lo diceva anche il buon saggio Belli che la plebe di Roma parla un dialetto che non è “nemmeno romano, ma romanesco”, ad indicare la ben poca aulicità della nostra tradizione linguistica popolare. Quando si entra nel ghetto invece, è tutto diverso! L� s� che la gente sa parlare da veri romani, l� s� che la tradizione del dialetto è rimasta inalterata in quello che oggi è chiamato dai linguisti il moderno dialetto giudaico-romanesco. Preservato dalle influenze esterne per quasi trecento anni all’interno di quelle mura la lingua è rimasta tale e quale quella che hanno conosciuto i romani dei primi ‘500, quando ancora il primato toscano non era affermato costringendo il paese ad un appiattimento della lingua (ragionevole se pur triste pretesa). Chiedo scusa per questo mio rapimento estatico, parlo da profonda ammiratrice di tutto ciò che ha a che fare con la storia delle lingue, perchè di lingue vere e proprie stiamo parlando. Mi piacerebbe conoscere bene il romanesco così come gli altri dialetti, mi piacerebbe da morire! Claude Hag�ge ha scritto:

“Le lingue non differiscono per ciò che possono o non possono esprimere, ma per ciò che esse costringono o non costringono a dire.”

Che la potenza espressiva dei dialetti vada perduta è qualcosa che non riesco ad accettare ed ho trovato straordinario scoprire (certo lo immaginavo, ma che differenza ascoltarlo con le mie orecchie!) che esitono ancora persone che PARLANO una lingua che credevo morta.
E non è tutto! Leggendo una locandina scopro anche che esiste una “Compagnia del teatro giudaico-romanesco” che si preoccupa di far rivivere la tradizione traducendo in dialetto opere famose o mettendone in scena di nuove. Inutile dire che mi terrò aggiornata ed intendo andare al loro prossimo spettacolo!

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