Terra di Nessuno
Oggi sono trentadue giorni in corea. Il tempo passa in fretta tra mille impegni che riesco sempre a fare meno della metà delle cose che vorrei fare; scorre così velocemente che a volte non mi lascia nemmeno il tempo per pensare e questo non mi piace.
Chi vive qui deve abituarsi a fare tutto di fretta. Fino a poco tempo fa quasi mi commuovevo di fronte ad un orlo fatto in dieci minuti, ma ora non mi sembra più così speciale.
Non è speciale quando vedo tutte le mattine la gente esausta addormentarsi ancora prima di essere arrivata al lavoro. Non è speciale vedere uomini in giacca e cravatta crollare su di una panchina alle dieci di sera perché non hanno la forza di arrivare fino a casa. Siamo tutti schiacciati da una pressione sociale sia fisica che psicologica.
Mi piace la Corea? Sì molto, mi piacciono la sua storia e le tradizioni. Ci viveri? Mai.
Vivendo qui a Seoul ho provato un sentimento del tutto nuovo e sgradevole: essere diversi.
L’unica pecora nera, sempre e comunque, no matter what. Mi avevano parlato della xenofobia. Se c’è, io non l’ho trovata. Certo, non essere una randagia ma una ragazza a modo che riesce a spiccicare qualche parola di coreano aiuta, non mi sono mai sentita vittima di qualche forma di razzismo, anzi. Ho incontrato tante persone gentili che mi hanno aiutata. Ciononostante sentire ogni giorno addosso gli sguardi curiosi dei passanti inizia a diventare pesante. Se è pesante dopo un mese, credo che dopo un anno diventerebbe intollerabile.
A volte si sente il desiderio di essere invisibili, di confondersi tra la massa. Impossibile. I commenti a bassa voce che ora riesco a decifrare mi seguono ovunque. I bambini sono intimiditi da me, alcuni affascinati. Gli anziani mantengono le distanze con una certa diffidenza. Ragazzi e ragazze sono ben disposti a socializzare, ma unicamente per lo stesso motivo per cui gli altri mi evitano. Io sto vivendo questa situazione da appena un mese, ma c’è gente che ci convive da una vita, questo pensiero mi inquieta.
Yoon Mee è nella mia stessa classe: entrambi i genitori sono coreani, ma è nata e vissuta a New York. Oggi mi ha detto che le da fastidio quando i coreani capiscono immediatamente dal suo modo di parlare che è una straniera, definizione riduttiva alla quale si ribella. Allora le ho chiesto se si sente più coreana o americana. ‘Nessuno dei due’, ha risposo.
In quel momento, ho desiderato tornare a casa. L’idea di trovarmi in quella terra di nessuno mi terrorizza.
Non a caso, in coreano terra straniera si dice 외국 (uèguk) dove 외 vuol dire ’straniero’ ma anche ’solo’.







