L’arte delle parentesi
La sagoma scura della mia valigia ancora dritta al centro della stanza disordinata è l’unica cosa che mi ricorda che sono di nuovo a Roma, non appena apro gli occhi stanchi ma per niente assonnati.
Due giorni di cui avevo bisogno, per scaricare parte di quello stress costante ed inspiegabile che da un po’ di tempo fa battere il mio cuore troppo velocemente. Non è ancora passato del tutto, ma oltre la nebbia i pensieri prendono finalmente forma e colore e tutto mi sembra un pochino più facile da gestire, anche la mia eterna ed indecisa ostinazione.
I primi minuti, sono stati interminabili. Frustrazione ed una punta di disprezzo per me stessa accompagnavano i miei passi isterici il giorno della partenza, le mani livide a causa dell’inutile accanimento con cui stringevo il manico del mio fin troppo leggero trolley. Mi sembrava di trovarmi alle prove generali della mia vita. Ed il pensiero che di lì a poco avrei stretto al cuore ansie e valigie ben più pesanti, rendeva quell’ingenuo espediente ancora più infantile ai miei occhi. Nella borsa il primo volume della saga della Meyer, il must di questa stagione. Alle orecchie canzoni suadenti mai ascoltate prima, la più semplice della morfina contro i pensieri spiacevoli che melodie familiari sanno come riportare a galla. I rayban scuri completavano l’opera: ero più che mai decisa ad impegnare in attività passive ogni singola molecola del mio corpo per le successive tre ore di viaggio. Eppure, sono bastate un paio di battute scambiate con due ragazzi di quasi diciotto anni seduti accanto a me a sciogliere la mia misantropia in un battito di ciglia. Ricordo vagamente i discorsi riguardanti la vita a scuola, i progetti, i fidanzati (e fidanzate), ma è ancora nitida la sensazione che le loro parole corressero miliardi di volte più veloci del tempo e del treno.
Seduta tra loro mi sentivo come quel passeggero del famoso teorema, quello che si trova nel treno B e guarda fuori dal finestrino il treno A sfrecciare via. Così scioccamente si illude che il suo treno sia partito, anche se in realtà non si è mai mosso di un millimetro. Quell’improvvisa sensazione di rapidità mista a consapevole staticità ha finalmente smosso qualche ingranaggio nel mio cervello e piano piano il meccanismo ha ricominciato a girare.
Ho ascoltato i loro discorsi vivaci per tre ore di fila, sempre con attenzione e senza mai avere voglia di parlare. Tanto di risposte, non ne volevano. Quella è l’età in cui le risposte le hai già tutte, anche se il più delle volte sbagliate.
Il brutto di crescere è che si perde gran parte di quella focosa presunzione di avere tutto il mondo nelle tue mani. Crescendo si diventa paurosi, schivi, forzatamente modesti cercando di uniformarsi al resto dei disillusi.
A volte il peso della responsabilità è troppo gravoso e finisco col cedere anch’io alle tentazioni che da sempre mi disgustano. Quelle delle mille domande inutili che affollano la testa, quelle dell’indecisione mascherata sotto il falso nome di ‘buon senso’ o ‘prudenza’. I particolari sono una brutta bestia. Una volta che ne noti uno stonato, non fanno che moltiplicarsi come cellule tumorali che attaccano l’organo del buonumore, rovinando la pace di una semplice esistenza. Cerco di non cedere mai al fascino dei particolari. Ripeto di continuo a me stessa che è l’opera tutta e NON il particolare, a fare la bellezza. Ma non sono che un essere umano imperfetto ed il più delle volte vacillo, sbaglio e soffro prima di rimettermi in piedi con dolore. Alla persone che mi sono intorno non lascerò intuire fino a che punto questa continua lotta interiore sia capace di lacerarmi. Del resto cosa importa? Ciò che conta è la consapevolezza che la gioia ha più valore della sofferenza e che la scelta di un sorriso coraggioso è capace di asciugare un mare di lacrime. Quindi impavida, eroica ed ipocrita sorrido. E vado avanti.
L’ansia in sé non è che una parentesi.






