Una favola al giorno

Maggio 10th, 2010

C’era una volta, una persona felice.  Così felice da prendere il nome della felicità stessa, si chiamava infatti Felicia. Felicia non aveva mai conosciuto un solo giorno di tristezza in tutta la sua vita. Dalla mattina alla sera la sua vita non era che un susseguirsi continuo di soddisfazioni e riconoscimenti. Manifestazioni d’affetto da parte delle numerose persone che le volevano bene,  incoraggiamenti  da chi la stimava, rassicurazioni persino dagli estranei ai quali ispirava un’istantanea simpatia. Bianchi e neri, brutti e belli, indistintamente tutti la amavano.
Se qualcuno le domandava di esprimere un desiderio, Felicia rimaneva senza parole. Pensava e ripensava, si sforzava e si sforzava, ma non c’era nulla ma proprio nulla che le mancasse. Come poteva quindi desiderare qualcosa?

Un giorno Felicia incontrò per caso una persona triste. Così triste da prendere il nome della tristezza stessa, si chiamava infatti Strazio. Strazio era costantemente infelice. Dalla mattina alla sera la sua vita non era che un susseguirsi di delusioni e sconfitte. Non c’era nessuno che lo amasse, apprezzasse, o che anche solo sopportasse la sua presenza. A chiunque lo incontrasse per la prima volta, ispirava antipatia e diffidenza. Come se fosse affetto da un morbo incurabile, gli altri si tenevano a distanza, per paura di esserne contagiati. Ma non Felicia.
Felicia non conosceva la tristezza, l’odio, la paura. Il primo sentimento che provò quando conobbe strazio, fu di estrema curiosità. Com’era possibile, si chiedeva, che qualcuno fosse capace di soffrire in quella maniera, di essere attanagliato costantemente da sentimenti sgradevoli che a lei erano del tutto estranei. Cominciò così a passare sempre più tempo insieme a strazio, cercando di capirne le ragioni.

“perché sei così triste?” gli ripeteva sempre. E lui rispondeva

“sono triste perché sono infelice.  Tutto intorno a me mi rende triste.”

“anche io ti rendo triste?” insisteva lei.

“Sì. Vedere la tua felicità mi rende ancora più miserabile.”

Allora lei gli domandava se era il caso che si allontanasse, in modo che lui soffrisse di meno. Ma lui replicava che l’assenza di lei sarebbe stato un male peggiore del continuo confronto con le loro diverse condizioni perché anche se non poteva provare felicità, preferiva vederla attraverso un vetro, che non vederla affatto.

Non sapendo cosa fare, Felicia  non fece niente ed i giorni passavano, senza che lui fosse più felice o lei meno infelice. Infine qualcosa cambiò, quando un giorno Strazio con voce solenne le si avvicinò e le confessò timidamente di essersi innamorato di lei. Le parlò con voce tremante ed agitata, non osando alzare lo sguardo fino ai suoi occhi, certo dell’inevitabile rifiuto.
Incredibilmente, quando smise di parlare lei gli prese le mani e gli sorrise, poi lo baciò sulle labbra e gli confessò di provare gli stessi sentimenti. Lui la guardò con un’espressione incredula e le domandò come fosse possibile. Lei con calma rispose:

“Io e te siamo l’uno il complemento dell’altra. La felicità non può essere completa, senza provare di tanto in tanto un pizzico di sofferenza, così allo stesso modo il dolore non ha valore senza l’ambizione di un futuro migliore.”

Strazio, ancora stordito dalle parole di lei, replicò “ Ma cosa ho fatto per meritarmi questo futuro?Questa felicità? Cosa ho mai fatto se non soffrire ed essere infelice?”

“Il giorno che mi hai chiesto di non andar via, quando hai preferito avermi accanto sapendo di non poter raggiungermi piuttosto che dirmi addio e non vedermi mai più, quel giorno hai guadagnato la tua fetta di felicità.  Perché per quanto fossi triste, disperato ed abbattuto, in fondo al cuore credevi che sarebbe stato possibile un giorno imparare a sorridere.  E quel sentimento in cui hai creduto, col tempo è diventato reale. Ora è dentro di te e nessuno al mondo potrà mai portartelo via.”

“E che ne sarà di tutta la mia tristezza, della malinconia?”

“Resteranno con te, non ti abbandoneranno mai. Come me, ti ricorderanno che tutto è possibile.”


Le regole dell’equilibrio

Maggio 4th, 2010

Vi è capitato di scoprire un giorno che qualcosa che non mi è mai piaciuto iniziasse ad intrigarvi?Magari rivedete quel film che avete sempre considerato un’inutile spreco di pellicola e vi accorgete che la fotografia non è poi così male. E che vista da un punto di vista di analisi storica anche l’ambientazione ed i costumi sono adeguati. In men che non si dica eccovi pronti a dare esempio di incoerenza ed a scambiare l’idiosincrasia di un tempo con una tolleranza blanda che adiuvata dalla fervente spinta di un amico diventa vero e proprio apprezzamento per il thriller che reputavate ridicolo.E’ un fatto: sentimenti, giudizi, opinioni possono cambiare. Perché questo succeda, un mistero. Dire che l’uomo è una creatura volubile mi sembra troppo riduttivo. L’uomo è piuttosto una creatura troppo complessa, incapace di provare un solo sentimento per volta. Quello che noi chiamiamo odio o antipatia è in realtà un insieme aggrovigliato di istinti e pensieri multiformi. Al suo interno coesistono elementi diversi che si sommano per dare vita a quello che poi chiamiamo odio. Basta che uno solo di questi elementi cambi posizione ed ecco che cambia anche il risultato finale. Le convinzioni sono concetti talmente fragili…
Pensieri come questi mi inducono a farne di altri ancora più deprimenti. Se i sentimenti umani sono così mutevoli, come si può anche solo considerare di riporre la propria fiducia nel prossimo, di abbassare le difese  e permettere ad un altro essere mutevole ed instabile di influenzare il nostro già precario equilibrio?

Quali sono le regole dell’equilibrio?Chiedete a ballerini, insegnanti di yoga e di fitness: vi diranno di fissare un punto al di fuori di voi per non cadere. Sembra assurdo, ma è proprio così che le persone riescono nell’impresa impossibile di fissare un’emozione:  non guardandosi dentro, ma fissando qualcun altro.
Ci specchiamo nell’occhi altrui e quello che vediamo non siamo noi, ma un’immagine fissa di noi, la sua proiezione ideale di noi. Vogliamo adeguarci a quella visione idealizzata ed è così che troviamo il nostro equilibrio, la nostra coerenza. Se ci accorgiamo che stiamo cambiando posizione, basta guardare ancora una volta quel punto nello specchio dei desideri ed ecco che ci rimettiamo in carreggiata.Da soli non siamo che folli creature egocentriche e inconcepibili. Assieme agli altri troviamo la nostra definizione, la nostra ragion d’essere. Perciò, non importa quanto siamo feriti, stanchi o disincantati. Se non vogliamo perdere l’equilibrio, non abbiamo altra scelta che continuare ad affidarci al prossimo.
Forse anche questo è un altro dei casi in cui la fede (intesa come fiducia) vince sulla ragione. La natura ci offre un milione di possibilità, ma solo l’Amore può renderci capaci di fare una scelta e trovare l’equilibrio. L’Amore è una fonte inesauribile. Non smettete mai di attingervi!


Le Leggendarie Avventure Della Serenis (IV)

Marzo 10th, 2010

Diario di bordo. Sono passati diversi mesi dall’ultima volta che gli uomini hanno toccato terra e sotto coperta inizia ad esserci una certa agitazione. Come se non bastasse le acque in cui navighiamo sono agitate, sembra che qualcuno abbia un conto da pagare con Nettuno. La Serenis resiste, vele abbassate. A fatica, ma resiste. Non c’è nulla che faccia venir la luna storta ai marinai come un mare in tempesta. Qualche giorno fa il malcontento è arrivato alle stelle quando, a poche ore di navigazione da un’isoletta che avrebbe fornito pace e ristoro alla ciurma, il capitano Linda ha ordinato che si tirasse diritto a tutta poppa negando così all’equipaggio la possibilità di toccar terra. Uno dei mozzi più giovani, Spacco-il-Rozzo, a tutti noto per la sua cafonaggine e strafottenza, avuto l’ardire di contestare il capitano e pretendere di raggiungere l’isola con una delle scialuppe. Spacco-il-Rozzo non capiva che affrontare il mare in tempesta con quella barchetta avrebbe significato andare incontro a morte certa. A quella richiesta sfrontata il capitano Linda è stato tentata di acconsentire alle richieste, se non altro per vedere il moccioso schiantarsi contro gli scogli aguzzi che costeggiano l’isola. Un sorriso malefico e vittorioso le curvò le labbra mentre immaginava il sangue rosso disperdersi tra la schiuma del mare… Si dispiacque al pensiero che in quella zona non fosse nota la presenza di squali che avrebbero senz’altro aggiunto poesia al quadretto. La lunga esperienza a trattare con quel genere di omuncoli tuttavia alla fine prevalse, facendo sì che il capitano, mossa da grande umanità risparmiasse il poveretto, che è ora relegato a pelare patate in cucina e non vedrà la luce del sole per un mese o due se va bene. Le proteste sono state represse, ma chissà quando tornerà la pace sulla Serenis…

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